28 Agosto 2017
Primo piano

I Pir fanno bene alla Borsa italiana. Ma servono prudenza e cultura finanziaria


I Piani Individuali di Risparmio (Pir) stanno sostenendo la Borsa italiana, che da inizio anno è una delle più brillanti del continente, e continueranno a farlo almeno fino alle prossime elezioni, ma non è tutto oro quel che luccica. Lo hanno sostenuto Gilberto Bassi, partner manager di Copernico Sim, Mario Fumei, private banker e Pierluigi Lotti, consulente finanziario, intervenuti al quarto e ultimo appuntamento di Economia sotto l’ombrellone 2017 sul tema: “Investire in un mondo che cambia fra crisi bancarie e crescita delle Pmi”, organizzato al Beach Aurora di Lignano Pineta da Eo Ipso Comunicazione ed Eventi.
I Pir, introdotti con l’ultima legge di bilancio, sono “contenitori di strumenti finanziari” nati con l’obiettivo di veicolare i risparmi delle famiglie verso le imprese italiane e in particolare verso le piccole e medie imprese, ossatura dell’economia italiana che fa gola ai capitali stranieri. «Si tratta di fondi comuni di investimento – ha spiegato Gilberto Bassi – che devono investire il 70% del loro capitale in strumenti sia azionari, sia obbligazionari di aziende italiane o con stabile organizzazione in Italia e di questo 70%, il 30 % deve essere investito in aziende medio piccole che sono, poi, la stragrande maggioranza delle imprese italiane e che fanno più fatica a trovare accesso al credito e a sostenere la competizione globale. Una bella idea, dunque, tanto più che c’è l’aggiunta del “regalo” dell’assenza di tassazione sui guadagni dopo cinque anni». La capitalizzazione di Borsa in Italia infatti, ha fatto notare Bassi, era di 418 miliardi nel 2016, e i Pir hanno raccolto circa 3 miliardi (con prospettive in netta crescita). «Peccato, però –ha commentato Bassi–, che le aziende che da inizio anno si sono quotate in borsa nel segmento dedicato alle Pmi (cioè quelle che avrebbero dovuto essere le maggiori utilizzatrici del Pir), siano solo sette, che con il collocamento hanno raccolto solo 188 milioni. Il che vuol dire che i soldi raccolti con i Pir sono prevalentemente serviti a comprare azioni di aziende già quotate».
«Sicuramente i Pir – ha aggiunto Mario Fumei – hanno portato denaro fresco sul mercato e sono una buona idea, tant’è che se li avessimo avuti vent’anni fa non avremmo oggi un sistema così bancocentrico come quello attuale. Il problema, però – ha frenato gli entusiasmi Fumei –, è dato dal fatto che i Pir avrebbero lo scopo di spingere sempre più Pmi italiane a quotarsi, ma queste mediamente, vista la mostruosa burocrazia e gli alti costi legati alla quotazione, non hanno alcuna voglia di sbarcare in Borsa. I Pir, insomma, sono una buona idea, ma bisognava proporli al mercato insieme a una netta semplificazione dell’accesso a Piazza Affari, altrimenti rischiano di non servire al rafforzamento e al mantenimento in Italia delle Pmi».
«I Pir avendo un programma quinquennale – ha sottolineato Pierluigi Lotti – continueranno a portare denaro verso le aziende, tanto più che non essendo soggetti a tassa di successione in molti li stanno usando anche per regolare i passaggi generazionali, ma saranno un successo se le banche non si limiteranno solo a comprare le azioni delle Pmi italiane, ma saranno in grado di guidarle alla quotazione in Borsa. In questo momento, però, si tratta di un percorso molto complicato. I Pir sarebbero stati una grossa opportunità se il legislatore avesse pensato a un percorso semplificato per la quotazione, ma così purtroppo non è. Intanto le nostre Pmi, in molti casi, stanno affrontando cambi generazionali, non hanno le dimensioni per poter acquisire altre aziende e, quindi, diventano molto appetibili per acquisizioni da parte di investitori stranieri».

Al di là della comunque interessante opportunità offerta dai Pir, i tre relatori nel tracciare lo scenario complessivo dell’anno che ci attende e delle opportunità di investimento, hanno dipinto un quadro molto complesso e da affrontare con prudenza, legato alle politiche statunitensi e ai riflessi di un possibile calo del mercato borsistico Usa dopo otto anni di crescita continua, ma anche a varie questioni aperte come la crescita cinese che rallenta, ma continua a ritmi imponenti, la politica giapponese che tiene lo yen molto basso per rilanciare le esportazioni, gli effetti della Brexit, che deve di fatto ancora avviarsi, sia sulla Gran Bretagna sia sull’Europa, e via dicendo. Anche sull’Italia, pur di fronte a una delle borse più brillanti del continente negli ultimi tempi (ma che ha perso il 28% negli ultimi dieci anni a fronte di un +55% di Francoforte, +38% di Parigi, + 14% di Madrid, +89% mondiale e +136% del Nord America) e nonostante qualche segnale di ripartenza del Pil, i tre relatori hanno consigliato un atteggiamento di prudenza perché il Paese continua ad avere un debito pubblico in crescita, nonostante i tassi bassi; una politica economica incerta; una burocrazia asfissiante. Per questo Lotti, Fumei e Bassi hanno suggerito agli investitori di evitare il “fai da te”, affidandosi a chi riesce ad avere uno sguardo più globale e la necessaria flessibilità per agire su mercati in continuo cambiamento, nonché l’indispensabile cultura finanziaria.

Proprio sulla mancata cultura finanziaria degli italiani (37esimi in Europa) si è concentrata la seconda parte del dibattito. «Purtroppo in Italia – ha sostenuto Fumei – gli investitori per decenni hanno vissuto con i titoli del debito pubblico che rendevano molto, erano i famosi Bot-people, che non hanno avuto bisogno di conoscere a fondo i processi di investimento. In più c’è stato uno scarso interesse del sistema bancario a diffondere una cultura finanziaria che avrebbe sicuramente potuto penalizzare i ricavi delle banche stesse. Questo rischia di rivelarsi deleterio per ciò che potrebbe succedere sulle obbligazioni se, come è prevedibile, aumenteranno i tassi di interesse: molti confidano sull’assenza di rischio delle obbligazioni e dei titoli governativi, mentre in caso di un aumento dei tassi si troveranno ad affrontare perdite anche ingenti se dovranno vendere i titoli».
«Il problema della scarsa cultura finanziaria in Italia – ha affermato Lotti – è drammatico, siamo 63esimi nel mondo preceduti da Zimbawe, Madagascar, Tanzania e molti altri Paesi. Sicuramente 40 anni di titoli di Stato che pagavano molto più di ciò che si otteneva investendo nelle aziende sono stati deleteri. Dobbiamo cominciare ad affrontare il problema fin dalle scuole perché esistono sistemi per far capire questi temi anche ai ragazzini al fine creare un domani adulti preparati e responsabili negli investimenti e che, quindi, rischino meno quando gestiscono i loro capitali».
«Purtroppo – ha aggiunto Bassi – nel 91% dei casi gli intermediari a cui fino a oggi gli investitori italiani si sono rivolti erano in conflitto di interesse e, forse, non avevano desiderio di “educare” i clienti. Questo è stato uno dei problemi alla base di alcune delle crisi bancarie di cui tutti sappiamo. Avere, quindi, le basi della finanza, conoscere l’abc, è necessario per poter investire con un minimo di tranquillità e capire cosa stiamo firmando quando abbiamo a che fare con un qualsiasi intermediario finanziario».
In conclusione i tre relatori hanno illustrato ai presenti le possibilità per i giovani di intraprendere un’attività nel settore finanziario sostenendo che si tratta di lavori che offrono opportunità decisamente interessanti e remunerative, ma che richiedono una passione, una preparazione di base di livello universitario molto solida, nonché aggiornamento e studio continui. «La nostra azienda – ha concluso Bassi, che è partner manager di Copernico Sim – ha un progetto dedicato alla formazione di cui mi occupo personalmente e devo dire che i giovani stanno comprendendo il valore del saper dare una consulenza professionale in questo campo e le ampie possibilità che si aprono a chi ha voglia di impegnarsi».

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